Messaggi del'Arcivescovo
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s5 logoMessaggio dell’Arcivescovo per la Quaresima

La Parola è un dono. L’altro è un dono

Carissimi Fedeli,

Mercoledì 1° marzo è iniziato il tempo di Quaresima, occasione propizia per riavvicinarci a Dio e per lasciarci avvolgere dal Suo sguardo di misericordia. Spesso, scatta in noi l’impegno a sforzarci maggiormente nel fare il nostro dovere o nel compiere opere buone, come ci raccomanda anche la tradizione della Chiesa con il digiuno, la preghiera e l’elemosina. Ma credo che questo tempo sia da vivere soprattutto contemplando come Lui per primo ci ha amati (1 Gv 4,19) e si sia messo a ricercarci. Un’osservanza più seria e fedele dei comandamenti è la via giusta per riconciliarci con Dio. Ma la via più autenticamente evangelica è quella del riconoscimento non di quello che dobbiamo fare noi, ma di quello che Lui, il Cristo e questi crocifisso ha fatto per noi. Il Figlio di Dio “mi ha amato e ha dato se stesso per me”( Gal 2,20).

Ho voluto riprendere il titolo del messaggio che Papa FRANCESCO ha scelto per accompagnare questo tempo forte dell’anno liturgico. Egli propone la meditazione del brano evangelico tratto da Luca (16,19-31) che narra la vicenda “di un mendicante di nome Lazzaro”, il cui nome significa “Dio aiuta”, e “di un ricco” senza nome, ma identificato solo dalla vistosità della sua ricchezza, dalla sgargiante raffinatezza dei suoi vestiti e dall’abbondanza dei suoi banchetti.

Il titolo del messaggio La Parola è un dono. L’altro è un dono sottolinea, per noi cristiani, l’intimo legame che deve sempre sussistere tra l’ascolto della Parola e la concretezza dei gesti di prossimità che ne devono scaturire. La Parola non è mai pura idealità, ma porta in sé la performatività, cioè la capacità non solo di descrivere un’azione, ma di produrre il fatto concreto coerente con la mozione di pensiero che ha illuminato l’azione stessa.

I due personaggi, tanto prossimi nella vicenda narrata, sono lontanissimi e divergenti nei loro destini. La morte, che li unisce come comune esito della vita, li separa in modo inesorabile e definitivo: Lazzaro è «portato dagli angeli accanto ad Abramo», mentre il ricco innominato viene «sepolto (…) negli inferi fra i tormenti» (Lc 16,22), lontano da Abramo. Il ricco rivolge suppliche disperate al “Padre Abramo” affinché autorizzi il povero, che non è mai stato oggetto della sua attenzione ma che ora viene riconosciuto e chiamato per nome, «ad attingere» con la punta del dito un goccia d’acqua per portargli refrigerio tra le fiamme dell’inferno. Tra i due e il loro rispettivo mondo c’è un baratro più grande di quello che li ha tenuti divisi in vita. Il Padre Abramo non può cambiare le sorti di due vite consumate secondo la Parola di Dio o il proprio egoismo. Inaspettatamente, questo ricco esprime una preoccupazione per l’esito futuro dei suoi cinque fratelli che vivono come lui ha vissuto e, mosso da un improvviso atto di generoso altruismo, chiede che Lazzaro sia mandato «ad ammonirli severamente perché non finiscano anch’essi in questo luogo di tormento» (v. 28). La parabola non vuol illuminarci sui problemi dell’al di là che rimangono per noi uomini sempre imperscrutabili. Ci vuol far comprendere qual è l’opera che piace a Dio e che siamo sollecitati a compiere per avere una felice sorte nel mondo futuro.

I beni non sono tutto e non c’è soltanto questa vita terrena; siamo istruiti e illuminati da Mosè e dai profeti (la Chiesa, la Comunità cristiana) per riconoscere la nostra identità di figli di Dio chiamati, in Gesù Cristo, a lasciarci amare e riconciliare: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti» (v. 31).

Nulla sappiamo del modo di vivere di Lazzaro: la sua beatitudine proviene dalla sua condizione di povertà e di abbandono che ci fa conoscere la gratuità infinita del Signore e ci ricorda la sua predilezione per i piccoli, i poveri, gli ultimi, quelli che fanno fatica a partecipare al banchetto della vita.

La conversione di cui parla il Vangelo scaturisce unicamente dall’essere sotto lo sguardo di un Dio amante e dalla consapevolezza di essere, gli uni per gli altri, un dono inestimabile nonostante le nostre fragilità e miserie.

In questo tempo di Quaresima, tristemente caratterizzato dalle disastrose conseguenze del terremoto che rappresenta un necessario e doloroso “nuovo inizio”, ci soccorra la certezza di non essere mai stati abbandonati da Dio e di aver potuto sperimentare, nella solidarietà e generosità di tanti fratelli e sorelle, la vicinanza e il soccorso indispensabili per ripartire insieme.

Incamminiamoci così verso la Pasqua. Con affetto il Vostro arcivescovo,

+Francesco Giovanni
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